Un’altra Ong “scafista” finisce nei guai: Malta sottopone a fermo la nave Sea Watch 3 per irregolarità




Dopo il sequestro e l’arresto del capitano della nave Lifeline, un’altra Ong “scafista” finisce nei guai: le autorità di Malta sottopongono a fermo la nave olandese Sea Watch 3 per irregolarità nella registrazione. A comunicarlo sono gli stessi scafisti.

Ennesimo caso che investe le Ong. Dopo la decisione italiana di chiudere i porti a tutte le organizzazioni umanitarie, dopo l’indagine di Malta su Mission Lifeline e l’arresto del capitano della nave, ora arriva un’altra tegola sui natanti umanitari.

A essere investita, secondo quanto annuncia la stessa Ong sul suo profilo Twitter, è la Sea Watch, associazione tedesca.

Alla richiesta di lasciare il porto – si legge si profili social – apprendiamo che la nave è sottoposta a fermo. L’autorità portuale non fornisce motivazioni tecnico-legali. La riceviamo come una deliberata restrizione della nostra libertà volta a impedire l’attività di soccorso“. Dure le lamentele da parte di Pia Klemp, capitano del Sea-Watch 3: “La nostra nave ha una registrazione adeguata e ha il pieno diritto di battere la bandiera olandese. Saremmo la squadra di soccorso meglio equipaggiata e addestrata nell’area di operazione e non ci sono finora basi legali per giustificare la detenzione della nostra nave. Ci aspettiamo che le autorità ci permettano di navigare immediatamente”.

Tira una brutta aria, in questi giorni, per le Ong del Mediterraneo. Il balzo in avanti del ministro dell’Interno italiano, che ha deciso di precludere l’approdo nel Belpaese alle imbarcazioni umanitarie (sia per lo sbarco dei migranti che per gli scali tecnici) ha smosso le acque in tutta Europa. Prima la Aquarius di Sos Mediterranée e Msf è stata costretta a dirigersi in Spagna per far scendere a terra oltre 600 immigrati. Poi la Mission Lifeline è rimasta giorni al largo di Malta prima di ricevere l’autorizzazione di La Valletta all’ingresso in porto (e il suo comandante indagato per aver “ignorato le istruzioni dategli dalle autorità italiane secondo le regole internazionali”).

Sea Watch è nota per aver più volte “litigato” in mare con la Marina di Tripoli. Come quando, nell’ottobre del 2017, la Guardia costiera libica accusò l’Ong di essersi messa di traverso per impedire il salvataggio di alcuni immigrati che, ovviamente, sarebbero stati riportati indietro. “L’equipaggio della Ras Jadir ha cominciato a recuperare i migranti, ma la gente di Sea watch si è piazzata a dieci metri nonostante le ripetute richieste del comandante di collaborare”, spiegava al Giornale il Capitano di vascello Abujela Abdelbari. “I migranti illegali è ovvio che vogliono andare in Italia e non tornare indietro in Libia. La vicinanza del gommone della Ong ha provocato il disastro. A decine si sono tuffati anche a rischio di annegare”.

In un comunicato pubblicato sul proprio sito, Sea Watch non si capacita del motivo del fermo. “Poiché Sea-Watch 3 non è registrata nel registro di sportboat, come nel caso di Lifeline e Seefuchs – si legge – ma è elencato nel registro di navigazione reale come una nave di navigazione olandese, pienamente abilitata a battere bandiera olandese, la mancanza di permesso di la vela da Malta risulta non essere un problema di registrazione, ma una campagna politica per fermare il salvataggio civile in mare“. E, ricordando i morti in mare di questi giorni, l’Ong tedesca “sollecita vivamente il governo maltese a non ostacolare i soccorritori, dato che le vite umane sono a rischio acuto“, visto che “Sea-Watch 3 sia ben equipaggiato e pronto a salpare“. L’associazione accusa i leader Ue di aver raggiunto, al vertice sui migranti della scorsa settimana, “un accordo disumano” per “porre il controllo delle frontiere al di sopra dei diritti umani“. “I governi – attacca il presidente di Sea-Watch, Johannes Bayer – stanno impedendo ai soccorritori di svolgere il loro compito di salvare la vita“. Gli fa eco il comandante Pia Klemp: “Mentre ci è impedito di lasciare il porto, la gente sta affogando, questo è assolutamente inaccettabile. Ogni ulteriore morte in mare è sul conto di coloro che impediscono il salvataggio. Quanti altri naufragi ci vorranno prima che l’Europa, ancora una volta, si renda conto che salvare vite umane in mare deve rimanere non negoziabile?“.

Con fonte Il Giornale

Redazione riscattonazionale.org